giovedì 28 giugno 2007

Miami Vice

“Ciao Gina”. Non mi guarda proprio bene. Però è uguale, no è identica. “Intendevo Gina Calabrese, la detective di Miami Vice, quella che sta con Crockett, Don Johnson…” Nulla, si vede che non guarda la televisione e allora perché siamo qui a studiarla? Università Cattolica. Siamo in pausa tra un’ora e l’altra della lezione di “Teoria e tecnica delle comunicazioni sociali”. Suo padre, mi racconta poi Matteo, è un grande giornalista, un inviato di guerra ed è amico del professore. Ecco perché sta sempre in prima fila e prende appunti per tutti e 45 i minuti della lezione. “Sì Matteo, però mi sono sputtanato con quella battuta, non ho fatto colpo, anzi, mi ha squadrato come un cretino”. “Gia, e poi, quella la conoscevo un po’ al Liceo, è crema, è proprio crema quella!”. “Crema?”. Io non sono nelle prime file, ovviamente, non la vedo bene: vedo solo la montagna dei suoi capelli. E’ gennaio, fa freddo, i cappotti e i maglioni pesanti lasciano solo lo spazio alla fantasia e all’intuito. Profumo. Forse è questa la crema di cui parlava Matteo. Fuma Muratti slim, insopportabile, come le vecchie signore impellicciate. Si atteggia. Viene direttamente dalla Milano da bere e se ne vanta. Irresistibile, da punire.
Scendo dal palcoscenico con una tuta da lavoro nera e sporca, la barba sfatta, una canottiera bianca bucata, la matita nera sotto gli occhi, i capelli spettinati ad arte dal gel. Mi aspettava in platea con Matteo. Lui mi strizza l’occhio. Mi sento già dentro di lei e respiro la sua voglia. Il giorno dopo respiriamo con una sola bocca. 10 febbraio 1990. Non mi stupisce la data, c’era da aspettarselo. Celle Ligure nella casa di Rita. Dormi con lei, meglio, le apparenze. Anche quando siamo senza Rita tu salvi le apparenze sotto un lenzuolo. Lo tolgo, voglio vedere. Vinco il torneo di 2a Nazionale, 7,5 su 8, non male. Bedonia, Parma, facciamo l’amore nella casa del cavallo. Non è effetre o effesei ma proprio la casa dove tenevate il cavallo che tanto amavi. Una villa immersa nel bosco. Per i tuoi siamo amici. Certo, amici. Brucio il ceppo ornamentale di tua madre: a me sembrava solo un pezzo di legno come gli altri. Lago di Como, capodanno. Non vediamo quasi mai la luce del sole e mi doni l’ultima parte del tuo corpo. Milano, luglio, afa, mozzarelle in carrozza, indigeribili. Mi pianifichi la vita, il nome di nostro figlio che mai nascerà e dove passeremo il capodanno del 2000 anche se mancano ancora otto anni; non digerisco. Compiano, il castello, il premio letterario, la tua gente, la tua vita, i tuoi sogni, io alieno. Mi presenti Mario Luzi: un brivido. Non sono degno. Sei libera di andare adesso Carolina, non ti sto tenendo, non l’ho mai fatto. Vai.
“Ma tu continua e perditi, mia vita,
per le rosse città dei cani afosi
convessi sopra i fiumi arsi dal vento.”
(“Se musica è la donna amata”, Mario Luzi)

1 commento:

Anonimo ha detto...

grazie.