mercoledì 20 giugno 2007

Smarrito

Smarrito. Smarrito nella carne. Smarrito nei muscoli del tempo e nelle labbra della carne.
Non tornare, non cercare, non guardare, non sentire, non annusare, non toccare, non leccare, non voltarsi, non ingannare, non sudare.
Il verbo all’infinito dilata il tempo, lo distrugge e se ne appropria, lo mastica ma non lo digerisce. Soprattutto non sudare.
Piove. Banale ma piove. Piove normale, non come quando piove bene, con gusto, piove stupido, piove e basta.
Si dice, l’impersonale è un po’ come l’infinito ma meno, che il rumore della pioggia sul tetto della macchina sia bello. E’ un rumore. Se il rumore è costante concilia il sonno, se cambia ritmo ti distrae, ti costringe, ti violenta ad ascoltarlo. E’ un rumore come ce ne sono tanti, magari un suono, non una musica. E’ solo perché sei al coperto e non t’inzuppi che fai finta di apprezzarla. Non si vede un cazzo, non ho uno straccio, ho bisogno di uno straccio. La mano umida di vetro puzza. Ho fastidio di tutto ma sono costretto a stare fermo, vuoi che stia fermo, devo restare immobile, zitto, il silenzio delle parole le grida della carne.
Il vento, già, il vento. Sono arrivato fino qui e ora ho solo voglia di tornare. Saluti qualcuno. Non ho più voglia di te. Solo luci, luci di tutti i colori, solo luci rosse o di un bianco latte. Non sento quello che mi dici.
Parli.
Avrei voluto dire vorrei fossi la sola donna, l’unica carne, il mio sangue, io il nerbo, la spina dorsale delle tue gambe.
Ora smarrito nella carne non vedo i confini del mio tempo, i misteri del mio corpo, gli spasmi del tuo ventre, i bagliori della tua pelle, il sapore della mia, della tua, delle nostre, della tua gola, il colore dei tuoi seni.
Smarrito nelle carni ti sento respirare in bocche sconosciute, abbandono e affondo tra gambe morbide e nervose, dolce sapore, liscio tenero approdo per la mia lingua assetata, arsa dal ricordo di te e dissetata al triangolo del piacere.
Affondare smarrito nella visione di quelle labbra salate, baciate e possedute da me, da chi non so, mie, come la sua anima, tutta la sua mente, e mi perdo tra il biondo dolce. La smania della tua nuova lingua, ho fretta di te, l’ebbrezza del tuo odore alieno, confuso e smarrito nelle vostre carni.
Ho attraversato corpi che non amavo, corpi che fremevano, che si piegavano, carni che non mi appartengono e vorrei non esistessero.
Ho corso chilometri di asfalto sotto i lampi e la tempesta, ore di vita sulla corsia dei pensieri, immagini del tuo calore, del tuo tacito soffrirmi, del tuo non volere, del tuo sale negato, sotto la pioggia di uno sconosciuto sudore.
Le mie labbra fuggivano, non mi avrebbero perdonato, ma non c’eri e avevo sete, sete della tua carne, fremiti dei tuoi fianchi, brividi delle tue braccia, della tua pelle, della schiena dritta, che non trovavo nei nuovi gemiti, il seme inutile e asciutto, perduto, buttato, sparso morto, gli occhi in fiamme, non era la tua voce, il tuo caldo non esserci.
Mi donasti le carezze della musica, la melodia della tua intimità, la mano veloce feroce, la malizia sfiorita all’istante.
Celata nel tuo sorriso, le maschere del tuo volto, altera, di sale, salata, strana di morbidi segreti, tenera del gelo rinnegato, il fascio delle tue membra, la lingua a morsi, mordi la mia mano senza ferire, le ferite nel buio del tuo sguardo.
Sdraiata immobile densa nervosa abbandonata tesa morbida bollente passiva vittima, solo un po’ sudata, sono io per bagnare, per rinfrescare e incendiare, leccare e penetrare, spingere e graffiare e scorticare e strappare e infondere e riprodurre e lambire.
Sei di carne, di vene e di pensiero e di testa e di ossa, balsamo della mia verga, smarrita, sui tacchi vaga, il corpo che sbatto, fica viola violata che sbatto che pulsa e amo, bambola di carne, spada della mia cintura deraglio nel nostro ansimare nei liquidi della nostra natura, un unico lago ora assoluto, rubato strappato rapito sottratto alla mia alla tua prigionia.
Vago un filo di fumo dal finestrino, l’afa d’estate, la mia pelle madida, priva di qualsiasi bisogno e inutile nel suo sudare, nel suo agitarsi per il tuo piacere, il piacere che non voglio, non voglio ma viene, arde il tuo caldo che è ricordo remoto e non ho più.
Non mi basta per dimenticare, scoprirti, svelarti tu stessa a godere, sudare lontano, tra nuovi sospiri.
Respiro solo, è come non fosse vera, respiro in lei ma soffoco, per me, per voi, per l’aria che solo sei, il buio che monta, godi, godo.
Urlo nel tuo nero, colpi brutali, godi e non me ne frega niente, chi sei, non sei il suo tepore, le sue gambe straniere e casalinghe aperte per chi, Dio, dimmi Dio, per chi, e godi nel mio abisso.
Sempre bionda, nera, castana, non importa il calore che mi regali, dono inatteso, un bacio diverso, un luogo che non ti appartiene, carne, carne che siete, solo carne per me, erezione inconscia, imposta masturbazione di me uomo, maschio, non il mio sangue che stilla per la tua pelle d’avorio, secca, di vetro, irreale e infantile, i capelli d’angelo dal vento d’oro, esplode per te, per te che non conosco, che scortichi su di me il tuo sesso, assente amante tradita e traditrice di notti senza senso.
Freddo è un sogno che sembra ubriaco e intirizzito a mille e più dal suo profumo.
Non sei, non sai della pelle di cui brucio, che mangio, cibo alato che vola via, il seno che mi nutre, labbra esangui che mi sfuggono, il volto che mi guarda e non si ferma, non aspetta, non vuole e mi cerca, vattene, i capezzoli, il tuo seno, la mia lingua, solo, solo un sussulto, la testa che mi accarezzi. Settembre 1997

1 commento:

Anonimo ha detto...

Sulle dita c'è il profumo di parole nuove, ascolto la mia voce attraversarmi intatta e non mi muovo e non avanzo, a volte non capisco che succede e mi distendo e non sopporto e sento il bisogno di chiarire e non tocco e non voglio aver paura della paura.. e non incasso e non mi arrendo e non mi sente la sconfitta perchè è perdente chi non prova, chi si ferma, chi non crede.
Ormai sento il bisogno di coprirmi gli occhi con la mano, mentre l'altra rompe il ghiaccio del mio ancora irrisolto enigma..
Dell'amore mi colpisce ancora la necessità della gioia che ti nutre.
Non voglio più parole che passino dalla mente al setaccio. Senza filtro devono essere i nuovi desideri da assaporare seduta sul prato quando di sera il cielo dorme e tutti restano assopiti davanti alla luna che illumina discreta le nostre stanze.
Mi piace guardarmi e ridere. Ridere della gioia degli altri e della mia pensandomi al posto loro.
Poi però penso che non vorrei esser qualcun'altro.
Tutto quello che vivo ha un significato.
E allora ascolto un cd, uno qualsiasi che mi possa portare altrove, pur di esserci da qualche parte.
Non voglio più sapere dove finisce il mondo, se il mio sorriso sarà luce oppure ombra sotto un diverso sole, forse non siamo nemmeno ancora nati e tutto questo non ci appartiene. No, Il cielo respira e partorisce stelle nuove, il suono sa dei pensieri che dalla nebbia all'asfalto confonde le sensazioni.
Non so chi sei, e non è importante dare un nome al destino, o chiedere certezze in un'era di profonda incertezza.
Lascio il disamore a chi più non ha forza per sparire e ritornare.
Per rinascere sotto nuova forma e direzione.
Come invece ho fatto io.