mercoledì 23 gennaio 2008

Pagliaccio

Una parola molto in voga.
Una vita da offeso sulle barricate del proprio ego.
A sì, questa ultima sentenza mi è uscita proprio bene.
No è che sono alquanto arrugginito, l'inverno è freddo, già le poche idee che mi sono balenate sono nello stesso baleno svanite tra un semaforo e una rotonda.
Dovrei dotarmi di un registratore, qualcosa che traggenga gli schizzi del mio cervello.
Tutti i sinonimi sono ben accetti.
Temevo finisse gennaio senza ritrovarvi, è andata bene, citando infine una frase che ieri mi ha stuzzicato: "La vita biologica è una parte assai trascurabile della nostra vera esistenza."

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Ciao Crittino. Domani è il mio compleanno. 41°. Se non mi fai gli auguri questa volta mi incazzo.

Anonimo ha detto...

C'è un pagliaccio che si nasconde in quella parte buia, buia di ognuno di noi, nella quale entra la luce solo quando riceviamo uno scossone.
pagliaccio è solitudine,
pagliaccio è l'inquietudine,
pagliaccio è l'apparenza,
pagliaccio è irriverenza.
pagliaccio è vanità,
pagliaccio è società.
Voglio rompere quegli schemi che sono solo frutto di selezione ed illusione.
Io vivo come voglio e mi sento libera di scegliere cosa essere e quando esserlo.

Ho liberato una mano, ho preso un bicchiere e l 'ho spostato sul bordo del tavolo.
"Cadrà" ha detto lui.
"Esatto. Voglio che tu lo faccia cadere."
"Rompere un bicchiere?"
Sì, rompere un bicchiere. Un gesto in apparenza semplice, ma che implica terrori che non giungeremo mai a comprendere appieno. Che cosa c'è di sbagliato nel rompere un bicchiere di poco valore, quando tutti noi, senza volerlo, abbiamo già fatto la stessa cosa nella vita?
"Rompere un bicchiere? " ha ripetuto. "Per quale motivo?"
"Posso spiegartelo, " ho risposto "ma, in verità, è solo così, per romperlo."
"Per te?"
"No, è chiaro".
Lui guardava il bicchiere sul bordo del tavolo, preoccupato che cadesse.
"È un rito di passaggio, come dici tu stesso" avrei voluto spiegargli. "È la cosa proibita. Non si rompono i bicchieri di proposito. In un ristorante, o nelle nostre case, ci preoccupiamo che i bicchieri non finiscano sul bordo del tavolo. Il nostro universo esige attenzione, affinché i bicchieri non cadano per terrà."
"Eppure," pensavo ancora, "quando li rompiamo senza volerlo, ci accorgiamo che non è poi tanto grave. Il cameriere ci dice: "Non ha importanza", ed io non ho mai visto includere un bicchiere rotto nel conto di un ristorante. Rompere bicchieri fa parte del caso della vita e non provoca alcun danno reale: né a noi né al ristorante né al prossimo".
Ho dato uno scossone al tavolo. Il bicchiere ha ondeggiato, ma non è caduto.
"Attenta!" ha detto lui, d'istinto.
"Rompi quel bicchiere" ho insistito io.
"Rompi quel bicchiere," pensavo, "perché è un gesto simbolico. Cerca di capire che io, dentro di me, ho rotto cose ben più importanti di un bicchiere e ne sono felice. Pensa alla lotta che divampa dentro di te e rompi questo bicchiere. Perché i nostri genitori ci hanno insegnato a fare attenzione con i bicchieri e coi i corpi. Rompi questo bicchiere, per favore, e liberaci da questi maledetti preconcetti, dalla mania che sia necessario spiegare tutto e fare solo quello che gli altri approvano."
"Rompi questo bicchiere" gli ho ripetuto.
Mi ha fissato negli occhi. Poi, lentamente, ha fatto scivolare la mano sul piano del tavolo, fino a toccare il bicchiere.
Con un movimento rapido, lo ha spinto giù.

Il rumore del vetro infranto ha richiamato l'attenzione di tutti. Invece di mascherare il gesto chiedendo scusa, lui mi ha guardato sorridendo e io ho ricambiato il gesto.
"Non ha importanza" ha esclamato il ragazzo che serviva ai tavoli.
Ma lui non lo ascoltava. Si è alzato e, mettendomi le mani tra i capelli, mi ha baciato.

cinzia bomoll ha detto...

mi ha colpito questo tuo post....
volevo chiederti delle cose, posso?
scrivimi per favore


Ci sono più lucciole che zanzare. Siamo tutti in giardino. La strada finisce con casa mia, poi un sentiero nel prato e il granoturco. Su un trabiccolo la televisione che ha solo due canali, sedie della cucina, qualche sdraio. Giovanni, Wilma, Giorgio, Egle, io che non arrivo ancora al metro, Paolo, Fernanda, Bruna, Andrea, Vittorino, Edy, Paola, Gianni, Elda, Armida, Silvano, Angela, Dino e altri che sicuramente erano lì ma non ricordo. Molti non ci sono più. Bianco e nero ovviamente. Il frigorifero non ha il freezer e il telefono è della Sip e ha il disco e il duplex. Afa. Le macchine in garage hanno il paraurti in acciaio luccicante, non di plastica, e i fari cromati sporgenti, come le astronavi che guido. E’ la fine di un decennio magico, si crede di assistere a qualcosa che cambierà il mondo. Carosello quella sera non è più un limite invalicabile. Per me è una festa fino a che non mi mettono a letto. Sogno di essere anch’io un astronauta. 20-21 luglio 1969

radics ha detto...

Chiedi pure. josraoul(at)hotmail.com