
Tic tac tic tac.
E’ nato. E’ mio figlio. E’ bellissimo, assomiglia tutto alla mamma. Non mi pareva che la mamma fosse senza denti e non avesse i capelli, comunque se lo notano tutti sarà davvero così.
Mio figlio è intelligentissimo, ha preso tutto da me, e va male a scuola perché i professori sono ignoranti e si sono tutti laureati, facile, nel ’68.
Solo danni quel ’68 e adesso ci va di mezzo mio figlio che studia tutto il giorno ma non lo capiscono.
Mio figlio si sdraia sul letto, mette il libro sulla pancia e poi ci si addormenta sopra.
Che sono sicuro che non starà seduto in macchina a piangere e non pioverà quando lo farà, è mio figlio, che è il migliore di tutti, è evidente.
Mio figlio ha i pantaloni a vita bassa che per l’alto stile di vita che ha sembra una contraddizione e invece è un modo di essere, di vedere le cose, di relazionarsi agli altri.
Tu non mi capisci papà, tu non hai empatia. Magari ce l’ho, sapessi cosa è e a cosa serve.
Forse l’ho fatto relazionare troppo poco col palmo della mia mano destra, forse ho creduto che un bisogno fosse una necessità, un vedere anche un avere, ma tant’è, è mio figlio.
Mio figlio è uno stronzo, ma la cosa più grave è che non glielo dice nessuno.
Ci spiega e ci fa capire e devo ringraziarlo per questo, una volta stavo persino uscendo con un maglione marrone e una sciarpa nera; non ci fosse stato lui a salvarmi cosa sarebbe potuto succedermi?
Grazie.
Adesso spero che una ventina d’anni in un collegio svizzero possano restituirmi un essere umano o, male che vada, un criminale di guerra.
Potrebbe andare peggio, potrei fare una figlia.